Chi passa per Campo Imperatore avrà notato sicuramente il Monumento al Pastore a Fonte Vetica, pressi dei ristori Giuliani e Mucciante. Si tratta di un gruppo di statue, da una parte un pastore con due bambini, dall’altra una donna. L’espressione drammatica dei loro volti è incorniciata dalle vette maestose del massiccio del Gran Sasso.

Tutti lo notano. E alcuni lo raggiungono per fare una foto e per fare una passeggiata digestiva dopo una bella mangiata di arrosticini ai ristori. Ma quanti ne conoscono la storia e il significato?

Pastorizia e transumanza: il duro lavoro delle genti abruzzesi

Ma partiamo dall’inizio. La storia delle genti abruzzesi è storia di duro lavoro. Primo fra tutti la pastorizia. Attività antica tanto quanto i popoli abruzzesi, fonte di ricchezza (soprattutto nel passato) e di grandi sacrifici (ieri come oggi). Non un semplice lavoro, dunque, ma una scelta di vita che nei secoli ha plasmato la cultura, le tradizioni e la cucina d’Abruzzo.

Pensiamo per esempio alla transumanza, riconosciuta nel 2019 patrimonio immateriale dell’umanità dall’UNESCO. Fino a qualche decennio fa veniva praticata regolarmente: a settembre i pastori si mettevano in cammino verso sud per condurre le greggi nei miti pascoli delle Puglie. E in primavera tornavano a casa, ai verdi pascoli estivi delle montagne abruzzesi. E la transumanza non era solo un trasferimento di animali. Era un momento di scambio di conoscenze, di tecniche e accordi commerciali.

Ma la transumanza aveva influenzato anche le dinamiche famigliari. Nel passato le famiglie di queste terre avevano una struttura matriarcale: erano infatti le donne a provvedere alla gestione della famiglia a causa delle lunghe assenze degli uomini.

Di quanto poi la pastoria abbia influenzato la cucina abruzzese, basta pensare agli arrosticini, ormai apprezzati anche fuori da confini nazionali. Ma anche altre specialità come le mazzarelle teramane, la pecora alla callara, per non parlare del pecorino abruzzese.

E al mondo della pastorizia e alla pratica della transumanza è legata la tragedia ricordata dal Monumento del Pastore di Fonte Vetica, che molto ha colpito le genti della zona all’inizio del secolo scorso.

Monumento al Pastore a Fonte Vetica sulla piana di Campo Imperatore
Monumento al Pastore a Fonte Vetica sulla piana di Campo Imperatore

Il monumento al pastore a Fonte Vetica: la tragedia della famiglia di Pupo Nunzio di Roio

Quello del 1919 era un autunno tiepido sulla Piana di Campo Imperatore. A quanto pare tutti i pastori della zona si erano già messi sulle vie della transumanza, verso i miti pascoli invernali delle Puglie. Ma non Pupo Nunzio di Roio. Lui aveva deciso di trascorrere ancora qualche giorno tra le montagne di casa, vicino alla sua famiglia. 

Si dice che era il 13 ottobre 1919. O forse il 17 o il 18 ottobre. Ma non ha importanza. Quel giorno era un tiepido mattino e Pupo Nunzio aveva portato con sé i due figlioletti, non ancora adolescenti. Insieme si stavano godendo l’ultimo tepore del sole, a Fonte Vetica, e gli ultimi giorni insieme. 

Mai avrebbero potuto immaginare quello che da lì a poco sarebbe successo. Infatti, verso le undici del mattino, sulla piana di Campo Imperatore si levano forti raffiche di vento. E di lì a poco, ecco i primi fiocchi di neve. In breve Pupo Nunzio e i suoi due figli vengono travolti da una violenta bufera di neve.

In poche ore tutti e tre perdono la vita per via del gelo. Con loro, anche il cane e 5mila pecore. La moglie del pastore e mamma dei bambini, non vedendo i propri cari tornare, da Calascio si mette in cammino, da sola, alla ricerca della famiglia. Si dice che sia morta per il dolore e per il gelo. I resti della famiglia e del gregge furono ritrovati solo la primavera successiva, dopo lo scioglimento delle nevi.

Monumento al Pastore a Fonte Vetica - la disperazione della donna
Monumento al Pastore a Fonte Vetica – la disperazione della donna

Nel 1987 lo scultore di Calascio Vicentino Michetti decide di dedicare uno dei suoi lavori alla tragedia di Pupo Nunzio. E lo fa con un gruppo di due statue. Da una parte l’uomo che avanza nella bufera con un bambino sulle spalle e uno per mano, nel disperato tentativo di mettersi in salvo. Dall’altra la donna, con un’espressione di angoscia e disperazione, che tende le braccia verso il marito e i figli.

E da allora il Monumento al Pastore a Fonte Vetica ricorda la tragedia di Pupo Nunzio. Ma è anche simbolo di tutte le vite sacrificate al duro lavoro della montagna.

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